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In questa seconda ondata di pandemia stiamo assistendo a continui attacchi ai medici di famiglia colpevoli secondo i più di non fare abbastanza per impedire ai malati di Covid di arrivare ad “intasare” i PS, quasi come se disponessimo di una cura miracolosa e non volessimo elargirla ai nostri pazienti positivi al Covid 19.
 
Le polemiche si portano dietro tutta una serie di accuse che riprendono sempre i medesimi punti: lavoriamo poco e guadagniamo molto.
 
Credo sinceramente che pochi conoscano la mole e la tipologia del nostro lavoro. Al territorio è affidata la cura dei malati cronici , spesso anziani , non autosufficienti e qualche volta allettati, malati oncologici terminali ed anche pazienti con varie forme di disabilità fisica.
 
Con il Covid il nostro lavoro è triplicato dovendo provvedere a chiedere o eseguire i tamponi ai soggetti sospetti, porre in isolamento i casi positivi fornendo le informazioni utili perché questo venga rispettato e vengano seguite le raccomandazioni necessarie, tracciare i contatti (almeno in Veneto), fare le certificazioni previste dalla legge in seguito ai provvedimenti contumaciali, effettuare il monitoraggio da remoto per valutare l’andamento clinico del soggetto positivo a domicilio onde intervenire tempestivamente in caso di insorgenza di sintomi importanti. Sia ben chiaro, non siamo solo noi medici di famiglia a fare l’attività di contact tracing e di testing:altri operatori che fanno parte delle cure primarie, dei distretti e del SISP (settore igiene e Sanità Pubblica) sono coinvolti in queste attività.

 
La programmazione sanitaria di molte Regioni tra cui il Veneto ha previsto tutta una serie di servizi territoriali che fanno capo a varie strutture (come ad esempio le cure primarie a cui noi medici di famiglia afferiamo) che sono inserite all’interno del distretti sanitari ma la pandemia Covid 19 ha evidenziato come questi servizi facciano fatica a coordinarsi, a relazionarsi , ad attuare le direttive che spesso arrivano dall’alto senza alcuna condivisione da parte di chi lavora in trincea.
 
L’aumento dei casi positivi e dei loro contatti ci sta mettendo a dura prova; le nostre giornate sono diventate infinite: i casi da monitorare e gestire sono sempre di più. Il personale delle USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) che ci deve supportare per le visite a domicilio è in forte sofferenza (sono troppo pochi in rapporto al gran numero di richieste giornaliere), i contatti stretti di soggetti positivi anche se asintomatici ci chiedono di essere rassicurati ed i i presunti contatti vogliono ricevere indicazioni sul loro stato….
 
Sull’aspetto economico non vorrei dilungarmi: che guadagniamo molto è orami una specie di “leggenda metropolitana” perché si sbandierano cifre lorde che non tengono conto delle spese che dobbiamo sostenere (ci paghiamo l’affitto dell’ambulatorio, le utenze, il personale; non abbiamo ferie, né tredicesima e non abbiamo tutele sulla malattia se non grazie a una polizza assicurativa dove attualmente il Covid non è contemplato, ne è previsto l’infortunio sul lavoro se ci becchiamo il Coronavirus nell’esercizio della nostra professione).
 
Ma raccontare tutto questo conta poco perché cercare di fare al meglio il proprio lavoro con onestà non è visibile come invece lo sono gli interventi televisivi di personaggi del calibro di un Bruno Vespa che dall’alto della sua “conoscenza” giornalistica pontifica che “Se tutti i medici di base facessero fino in fondo il loro lavoro, molte persone resterebbero a casa, verrebbero tranquillizzate e sarebbero curate al telefono senza bisogno di affollare i Pronto soccorso”.
 
Concetto ribadito dalla Gabanelli che con la sua “autorevolezza” afferma che “Oggi 1 malato su 3 è ricoverato in ospedale quando potrebbe essere curato a casa dai medici di famiglia”.
 
Mi piacerebbe capire cosa significa curare a casa i pazienti con Covid, malattia virale di cui si sa ancora poco, non ha terapie specifiche e nei casi più gravi necessita di supporto di ossigeno e spesso di terapie ad elevata intensità non praticabili a domicilio.
 
Quello che si può fare a casa è sorveglianza, consigliare l’assunzione di paracetamolo, al massimo si può dare qualche antibiotico di copertura (per lo più sconsigliato), un po' di cortisone e dell’eparina (se ce la lasciano usare). Non esistono protocolli di cura a domicilio perché non esiste una cura “standard” che si possa fare a domicilio. Proprio in questi giorni l’Agenas per bocca del suo nuovo direttore Domenico Mantoan conferma che allo stato attuale non esiste “Nessun protocollo per cure domiciliari”.
 
Intanto in questi giorni la Regione Veneto con una circolare “interna” chiede ai Direttori delle centrali operative del 118 di segnalare ai Direttori di distretto, per “le opportune verifiche e i necessari provvedimenti”, i medici di famiglia che inviano in PS pazienti “con febbre e sintomi respiratori minori” senza aver “provveduto ad alcun approfondimento clinico”. Un'ulteriore mazzata volta a colpire i medici di medicina generale, per creare contrapposizione ospedale-territorio, per scatenare una guerra “tra poveri” (ospedalieri  vs medici di famiglia), tutti egualmente stremati da un periodo di superlavoro di cui non è possibile vedere la fine.
 
Ma perché tutto questo? Forse a nascondere carenze e mancanze di una sanità martoriata da anni di definanziamento da politici e burocrati che hanno svuotato la professione medica trasformandola in un lavoro impiegatizio, facilmente controllabile e sostituibile?
 
Da tempo chi dirige e amministra la sanità ritiene di poter disporre dei medici come meglio crede senza l’ascolto che si dovrebbe riservare a chi opera sul campo e fa un lavoro intellettuale complesso.
 
Del resto cosa aspettarci da chi ci governa se gli stessi sindacati che ci dovrebbero tutelare non ci ascoltano più da tempo e non sanno cogliere la crisi profonda in cui versa la professione ? E’ in atto uno scollamento profondo tra chi opera sul campo e chi ci rappresenta .
La storia dei tamponi rapidi obbligatori e dei 18 euro a tampone è la punta dell’iceberg di questo decisionismo verticista che non sa più interpretare i bisogni della base.
 
Siamo stanchi per il superlavoro a cui siamo sottoposti, stressati e impauriti (di covid ci si può ammalare e morire in assenza delle più elementari tutele) e frustrati perché il lavoro che ci siamo scelti e che amiamo è oggi depauperato del suo valore intellettuale ,sempre meno considerato e più denigrato .
E allora mi viene da chiedere “C’è ancora qualche possibilità di riscatto per la nostra professione e chi potrà farsene carico?”.
 
Ornella Mancin
Medico di famiglia